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Dichiarazione Universale Diritti Umani: Cominciamo da Uno.
Viva da 60 anni, un approccio per la sua applicazione

Ricorre quest'anno il 60 anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani consta di trenta articoli che sanciscono i diritti individuali, civili, politici, economici, sociali, culturali di ogni persona.

E' logico richiedere che tutti i diritti siano accordati a tutti, allo stesso tempo. Ma si osserva che per realizzare ciò sia necessaria una struttura sociale, economico-politica ideale, non presente in tutti i paesi. Lo sforzo di allinearsi alla dichiarazione dei diritti umani è sinonimo di avanzamento sociale.
In Italia in particolare dove alcuni diritti individuali e collettivi come la libertà di pensiero, di parola, di associazione, imprenditoriale e politica, sono tenuti in alta considerazione, tuttavia la pace sociale è disturbata dalla presenza di cospicue differenze nello standard di vita: circa il 15% delle famiglie italiane oggi vive sotto la linea di povertà, mentre al 30% delle famiglie ricche appartiene oltre il 50% del reddito nazionale.

La condizione produttiva vede ancora una differenza abissale tra lavoratori e imprenditori, tra i moderni patrizi e plebei o come li definisce Batra, tra i signori e i servi della gleba, del periodo medioevale.

Se dovessimo assegnare la priorità a qualcuno di questi diritti per iniziare, e porre le fondamenta allo sviluppo degli altri diritti, dovremmo forse assegnarla ai diritti economico-sociali, essenziali al mantenimento dell'esistenza, base fondamentale per l'espletamento degli altri diritti. Che ce ne facciamo infatti dei diritti di parola, se non abbiamo a sufficienza per mangiare?
Secondo il Prout, la soluzione dei problemi materiali è il primo e più importante aspetto della vita sociale. In secondo luogo solo allora prendono significato gli aspetti intellettuali e in terza battuta gli aspetti spirituali. In effetti se non vi sono sufficienti risorse finanziarie in famiglia è difficile, se non impossibile, mandare i figli a scuola e lo sviluppo culturale e intellettivo potrebbe risentirne negativamente.

La dichiarazione UDU, definisce in particolare dei diritti economici che permetterebbero ad ogni individuo l'esistenza fisica e lo sviluppo intellettuale, essenziali per l'ulteriore sviluppo spirituale.
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L'Articolo 25 recita:
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Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari...
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E l'Articolo 26 aggiunge:
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Ogni individuo ha diritto all'istruzione ...

Questi stessi elementi o necessità primarie, adottate dal Prout nel 1969, costituiscono le necessità basilari per l'esistenza individuale, a livello planetario e potrebbero costituire i parametri per la misura della 'qualità della vita'. Con tutte le variazioni del caso, ma questi diritti o necessità primarie dovrebbero essere garantiti ad ogni cittadino e adottate come obiettivo fondamentale di ogni governo, perché senza di esse non vi è sviluppo individuale, pace sociale e la possibilità di ulteriore avanzamento nel campo culturale e intellettuale.

Alcuni dei principi dei diritti umani universali, sono stati accolti da molte costituzioni nazionali, in particolare quella italiana.
Ma per trovare applicazione, e non essere lasciati sulla carta, dovrebbero essere inglobati nella teoria economica e tradotti in regole e processi, in pratica in un nuovo modello o visione economica.

P.R Sarkar infatti si spinge ancora più in là, asserendo che per tradurre in pratica questi diritti è necessario garantire le minime necessità elencate, a tutti, come prioritaria responsabilità del Governo di ogni paese. Non solo, la garanzia delle minime necessità dovrebbe essere inserita nella costituzione nazionale, una garanzia sancita da normative, non dal solo spirito di carità religiosa.

Il problema successivo è: quali strumenti utilizzare per garantire a tutti questi diritti, in particolare per garantire le minime necessità, elencate dai Diritti Universali e sostenuti da Sarkar nella teoria Prout, a tutti in ogni momento storico?

Il Prout affronta questa problematica ridisegnando la struttura produttiva, il modello di produzione capitalistico odierno. Infatti da un sistema a concentrazione di capitale quale il modello capitalistico, dove gli imprenditori assoldano, per uno stipendio contrattato, i lavoratori, ci si evolve in un sistema produttivo più umano, socializzato, che vede la grande massa lavoratrice responsabile della produzione, attraverso i propri rappresentanti, proprietaria delle aziende in cui lavora.
Questo cambiamento strutturale potrebbe essere possibile in un sistema oggi in crisi e disperatamente alla ricerca di soluzioni. Il modello libererebbe energie latenti in ogni singolo individuo, spronerebbe a dare le proprie migliori qualità al servizio della collettività, incentiverebbe tutti a lavorare sodo. E risolverebbe una volta per tutte quello che i marxisti chiamano la contraddizione capitale-lavoro. I sindacati non avrebbero più la necessità di difendere il salario dei lavoratori, perché i lavoratori stessi sono proprietari delle azienda in cui lavorano.

Lasciamo ad una trattazione più ampia l'approfondimento di questi aspetti.

05-03-2008 Tarcisio Bonotto

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