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La Massima Utilizzazione (parte 3)
La Massima Utilizzazione e la globalizzazione

Il termine globalizzazione è piacevole a sentirsi perché dà una sensazione di magnifica grandezza alle nostre menti assetate di infinito, ma questa parola nasconde, a scopi propagandistici, il senso della terminologia tecnica che è integrazione internazionale della produzione. Globalizzazione significa fare produrre un prodotto all'estero allo scopo di aumentare i profitti diminuendo i costi di produzione. In questo modo la diffusione aumenta con la diminuzione del prezzo di vendita.

Apparentemente il prezzo del prodotto diminuisce per l'utente finale, ma come al solito ci sono effetti collaterali che gli imprenditori preferiscono ignorare, attratti dai bagliori del guadagno immediato.

Il trasporto delle merci che possono essere prodotte localmente è uno dei problemi principali della produzione in luoghi lontani dal consumo.

Tutti noi, viaggiando per le tangenziali o le autostrade, abbiamo notato il numero davvero impressionante di camion per il trasporto delle merci. Alcune merci si possono produrre solo in determinate zone, a causa del clima o di altri fattori concomitanti. Ma la maggior parte delle merci potrebbero essere prodotte localmente, con notevole risparmio per tutti gli effetti collaterali dei trasporti, ovvero la nostra salute minata dall'inquinamento ambientale, gli incidenti stradali, il tempo perso in interminabili code, l'effetto serra determinato dalle emissioni di anidride carbonica che contribuisce a cambiare il clima terrestre, le polveri sottili che si insinuano nei nostri polmoni.

La perdita di posti di lavoro per i lavoratori del trasporto potrebbe essere facilmente compensata dal potenziamento dei trasporti pubblici e dall'aumento di circolazione locale di valuta, che produce maggiore ricchezza e posti di lavoro per l'aumento degli scambi commerciali e della produzione locale.

Un altro effetto della integrazione internazionale della produzione è la perdita di know-how nella produzione locale. Alcuni prodotti sono ormai quasi completamente fabbricati all'estero e i nostri produttori hanno dimenticato come si fa a realizzarli. La seta, che una volta era uno dei prodotti di alta qualità italiani, è ormai quasi interamente importata dall'estero. La qualità è sicuramente inferiore, i nostri bachi da seta erano nutriti esclusivamente con foglie di gelso, mentre quelli di altre parti del mondo sono nutriti con fogliami vari, che ne peggiorano la qualità.

L'allevamento del baco da seta era un'attività secondaria della nostra agricoltura: i contadini la praticavano nei periodi di pausa dai lavori nei campi. Ma dove sono ormai i contadini capaci di allevare il baco da seta? Dove sono le filande che compravano i bozzoli e li lavoravano? Sono stati inghiottiti dalla globalizzazione, che ha distrutto questo aspetto della nostra cultura, oltre ad una fonte di reddito per i nostri contadini.

Anche la lavorazione degli articoli di pelletteria, la fabbricazione di ombrelli e l'elettronica italiana hanno subìto la stessa sorte. Possiamo acquistare questi articoli a basso prezzo, però alcuni di noi hanno perso non solo il lavoro che serviva per produrli, ma anche la capacità di farli.

La varietà dei beni nel mercato, presupposto per una concorrenza leale è completamente persa con l'accentramento della produzione nelle mani di pochissime multinazionali che vendono gli stessi prodotti in aree diverse della terra. Oggi se dobbiamo comprare un paio di scarpe troviamo esattamente gli stessi modelli, ad un prezzo simile, in tutti i negozi della città, della nazione e del continente in cui viviamo. È vero che il numero di modelli e colori è aumentato, ma la varietà è solo apparente: i materiali e i produttori sono sempre gli stessi. Dove va a finire la nostra capacità di scelta? Possiamo solo scegliere di non comprare, ma se compriamo la varietà è molto bassa. Come si fa a stimolare lo sviluppo tecnologico se non c'è possibilità di scelta? Il massimo profitto immediato delle multinazionali coincide con la paralisi della ricerca innovativa, indispensabile per la massima utilizzazione come le mutazioni genetiche naturali lo sono per l'evoluzione. L'unica innovazione sostenuta è quella che fa aumentare i profitti.

Un altro effetto collaterale della globalizzazione è la perdita di posti di lavoro nelle zone dove non si produce più.

Una mia amica di Verona ha perso il posto di lavoro in una industria calzaturiera, insieme ai suoi colleghi, perché la produzione si è spostata all'estero.

Mi immagino un romeno che lavora per produrre le stesse scarpe. Uno stipendio da fame, che non gli permette nemmeno di acquistare quello che produce, una moglie che è costretta a lavorare lontano da lui, in Italia, come badante, per integrare il suo stipendio. Immagino dei figli che crescono con un genitore lontano, magari allevati dai nonni. Una donna che non vedrà i progressi dei suoi figli, che non sarà vicino a loro nei momenti importanti. Una donna per la quale i figli saranno degli sconosciuti. Lo immagino perché è quello che è successo ad un altra mia amica, con i genitori italiani che lavoravano in Svizzera. Non ci vuole molta immaginazione per capire che questa è una realtà comune per tanta gente, desiderosa solo di vivere una vita dignitosa, che sono costretti a emigrare, oggi più di prima, per potere realizzare questo obbiettivo minimo.

I prezzi dei beni diminuiscono, perché acquistati in zone con basso potere d'acquisto delle monete e delle persone, ma la gente non riesce più ad acquistare perché disoccupata. Allora si ricorre a metodi artificiali per abbassare ancora di più il valore delle monete dei produttori, per consentire l'acquisto anche ai nuovi acquirenti poveri, aumentati per effetto dell'integrazione internazionale della produzione. Così le condizioni di lavoro dei nuovi produttori peggiorano sempre più, al punto che in alcune zone prevalentemente agricole si muore di fame, però si esporta il cibo che poi viene in parte distrutto per mantenerne alto il prezzo. Pensate che ci sia qualcosa di più irrazionalmente dilapidante dello sperpero di chi distrugge i beni essenziali che ad altri mancano per trarne profitto? Che cosa può giustificare una ricerca di profitto così estrema da causare la morte e le sofferenze altrui? Solo la malattia mentale. Non possiamo lasciare dei dementi a governare il mondo, e i manager delle grandi multinazionali, che governano senza essere mai stati eletti, sembrano ricadere in questa categoria.

La tanto propagandata concorrenza del mercato non può esistere realmente, se i mercati in competizione hanno differenze nella capacità d'acquisto delle monete e delle persone. Che concorrenza ci può essere fra chi riesce a mantenere la famiglia con uno stipendio di 100 euro al mese, se dalle nostre parti ce ne vogliono 2000? Come si può parlare di concorrenza leale in queste condizioni? L'unica possibilità di uno scambio equo, in condizioni di estrema differenza economica, è lo scambio di merci contro merci, il vecchio baratto. Quando le differenze economiche sono così estreme, solo usando il baratto si possono scambiare merci con un equo vantaggio reciproco.

In natura tutto è interdipendente, ogni azione ha molti effetti e l'evoluzione si muove nella direzione della massima utilizzazione delle risorse e dei processi.

Le api ed altri insetti si nutrono di nettare e nel loro viaggio danno un passaggio al polline, che attraverso di loro si sposta da un fiore all'altro assicurando la sopravvivenza e la varietà di molte specie vegetali.

Se improvvisamente una specie di ape nascesse senza la capacità di trasportare il polline, probabilmente la sua apparente efficienza avrebbe come effetto un miglioramento temporaneo delle sue condizioni, perché sicuramente risparmierebbe energia, non dovendo trasportare il polline, e questo miglioramento farebbe aumentare il suo benessere, favorendo la sua specie che potrebbe riprodursi con più agio.

La crescita del numero degli individui provocherebbe in quella zona un peggioramento delle condizioni delle piante, che non riuscirebbero a riprodursi. La condizione finale sarebbe l'estinzione di questa specie, per violazione di una regola costante nella natura: ogni azione deve apportare il massimo vantaggio per il maggior numero di individui.

Ogni fenomeno naturale produce vantaggio per molti o si estingue. Persino i virus, che ci sembrano solamente dannosi, hanno l'effetto di portare porzioni di DNA da un individuo ad un altro, favorendo lo scambio genetico che causa l'evoluzione delle specie.

Se un virus ha un effetto troppo deleterio, la sua estinzione è certa. Chi uccide rapidamente gli ospiti dei quali è parassita si condanna all'estinzione.

Anche il cancro è effetto dell' "egoismo" di alcune cellule, che invece di morire quando è il loro momento, per qualche motivo continuano a vivere, non lasciando spazio per le nuove cellule.

Dovremmo imitare i processi naturali, ostacolando tutte le azioni che hanno come unico scopo il profitto, incoraggiando quelle azioni che oltre al profitto producono il massimo vantaggio collettivo.

L'egoismo non paga. Il massimo vantaggio collettivo è l'unica forma di vantaggio che possa favorire l'individuo.

14-12-2006 Albino Bordieri


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