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LE PERIFERIE BRUCIANO:il modello sociale europeo ad un bivio

Le macchine che bruciano nelle periferie di Parigi  riportano in prima pagina una realtà che tanti di noi vivono e sperimentano quotidianamente : il disagio sociale, la paura, l'insicurezza, la diffidenza del proprio simile che ritroviamo nei sobborghi delle nostre grandi città. Molti non sono in grado di comprendere quale bomba sociale si nasconde dietro  il muro dell'emarginazione, altri si girano dall'altra parte facendo finta di non vedere, mentre una minoranza, ben istruita e soprattutto economicamente agiata punta il dito contro quella gente delle periferie che è rimasta ai margini perché non in grado di "competere" nella società che cambia.

La Francia sicuramente non è l'Italia ma l'emarginazione delle periferie è un fenomeno metropolitano comune a tutte le grandi città del mondo: dalle Favelas di RIO o Buenos Aires, alle bidonville di Manila, Mumbay, Shangay o alle periferie dormitorio di Parigi, Berlino, Roma, Milano. Sono differenti nella loro espressione ma i fenomeni hanno la stessa origine: le enormi disparità sociali tra una moltitudine sempre più ampia di poveri esclusi dal consumismo che preme nelle loro menti tramite i desideri della pubblicità mediatica e una minoranza sempre più ristretta di ricchi che del consumismo materialistico hanno fatto la loro forma di esistenza. Si capisce il fenomeno delle grandi disparità quando parliamo di terzo mondo o paesi emergenti ma cosa  succede a casa nostra? Perché non dimentichiamoci che siamo in Europa e la Francia non è così lontana.

La Francia, l'Europa ed in ultimo l'Italia chi più o meno recentemente ha subito un processo di trasformazione demografica dovuta ad una massiccia immigrazione proveniente da paesi poveri. Questo ne ha trasformato il tessuto sociale che è diventato multietnico. Tutto ciò nella vecchia e conservatrice Europa, non è  avvenuto per caso, anzi la sua pianificazione ha le sue radici nelle esigenze economiche di una classe imprenditoriale che necessitava (necessita)  manodopera a basso costo per essere più competitivi sul Mercato Globale. Questa è la versione ufficiale che si accosta a quella "buonista": <<l'immigrazione è un aiuto alla gente povera del mondo>>. La percezione reale di questo fenomeno invece è che nel mercato del lavoro gli immigrati abbiano creato una sorta di prezzo al ribasso sia per quanto riguarda le richieste di aumento salariale sia per quanto riguarda il mantenimento e l'aumento di diritti e sicurezza in ambito lavorativo. Un immigrato è disposto a lavorare in nero, senza orario prestabilito, è disposto a qualsiasi cosa pur di avere un lavoro: è in ballo la sua sopravvivenza! Una sorta di guerra tra poveri; tra immigrati e salariati autoctoni che si contendono le briciole del mercato: questa si che è stata una vera pianificazione per abbattere i costi di produzione delle nostre aziende!

E' veramente incredibile pensare che la nostra ledership abbia permesso una tale politica antisociale per favorire una classe imprenditoriale egoista, contro il resto della popolazione che loro stessi rappresentano basandosi sullo sfruttamento di esseri umani la cui colpa è solo quella di essere poveri. La conferma di questa dura affermazione sta nel vedere che non sono mai stati pensati o previsti i costi sociali ed economici che tale fenomeno poteva comportare per l'intera comunità. Costi sociali altissimi che oggi paghiamo dovuti alla totale negligenza dell'attuale leadership politica economica e intellettuale.

L'Italia è tra gli ultimi paesi in Europa ad aver assorbito tale mutamento sociale  ma gli effetti di questo fenomeno già si vedono in quanto ad aumento della microcriminalità. In Italia come in Francia i governi optano per delle misure forti e repressive per contenere tale fenomeno sul tipo del modello americano per intenderci anche se da noi fortunatamente ancora non si è arrivati alla liberalizzazione del mercato delle armi e alla reintroduzione della pena di morte. Tali misure però non eliminano il problema lo sopiscono temporaneamente riempiendo le carceri di giovani condannati per piccoli reati. Le prigioni oggi sono colme di questi "diseredati-indesiderati" e siccome il nostro sistema penitenziario non è concepito come sistema rieducativo ma educa solo all'emarginazione la delinquenza minorile e giovanile negli anni diventa criminalità consolidata.

Lo scoppio violento e cieco delle periferie, di una ribellione senza supporti ideologici se non quello della rabbia e dell'esclusione denotano un dato certo, certissimo: il fallimento di un modello sociale che diventa sempre più esclusivo per pochi ed esclude sempre di più i tanti. Fa parte di quel processo disgregante  che in questo ultimo decennio di crisi economica e dei valori sociali, ha colpito anche i paesi più ricchi del mondo. E' la punta dell'iceberg di quelle nuove povertà che sono venute ad affacciarsi con l'aumento del precariato nel lavoro, con l'avvento della delocalizzazione e l'invasione di prodotti che prima noi producevamo, con la scomparsa di sevizi sanitari e sociali che pensavamo fosse  obbligo dello Stato fornirci e che ora paghiamo ad anonimi privati nonostante l'aumento delle tasse.

La politica e le leadership economiche giustificano tutto questo processo come inevitabile per rimanere competitivi nel mercato globale. Ridurre le spese sociali dello stato per sostenere le aziende (le grandi aziende) ridurre i costi di produzione sacrificando il potere d'acquisto dei dipendenti è diventata la formula magica per uscire dalla crisi ma è solo un gatto che si morde stupidamente la coda.

I fatti di Parigi sono invece il risultato più visibile di questa crisi di identità e di valori dovuta anche a scelte economiche sbagliate. L'aver preteso di pianificare i flussi migratori senza aver creato concretamente gli strumenti per l'integrazione sociale, culturale e la sicurezza economica per molti di loro, è un costo che ora paga tutta la società. Un semplice esempio? Se in Italia, mentre aumentavano nelle scuole i bambini di migranti invece di tagliare gli   insegnanti di sostegno ed i fondi per educazione ed istruzione si fosse operato in senso opposto oggi non subiremo il disagio dei migranti costretti a vivere ai margini e domani destinati a diventare potenziali microcriminali. Se oggi invece di tagliare i servizi sociali venissero fatti dei programmi di integrazione giovanile nelle periferie più a rischio, creando progetti di inserimento al lavoro, quell'aumento di risentimento contro tutto e tutti che nelle periferie di Francia i giovani esprimono in cieca violenza forse potrà essere evitato. Facendo un'analisi più ampia della società globale tutti prevediamo che con l'aumento della povertà e delle guerre nei paesi più poveri i flussi migratori verso il ricco nord aumenteranno. Questo dato certo non convincerà una buona volta i paesi ricchi del mondo a impegnarsi onestamente a debellare la povertà nei paesi da dove la gente emigra? Non è convenienza delle popolazioni dei paesi che importano l'immigrazione se i loro governanti intraprendessero delle politiche di cooperazione con quei paesi che invece la esportano?
Se vogliamo evitare l'invasione dei diseredati del mondo che bussano sempre più insistentemente alle nostre porte gli aiuti devono essere fatti principalmente nei Paesi di provenienza stilando dei programmi d'intervento finalizzati all'autosufficienza e all'autodeterminazione economica in maniera di far crescere quelle attività produttive di primaria necessità (agricole, industriali, commerciali, ecc.) che possano incentivare la crescita economica, creando posti di lavoro e reddito in loco. Per questo motivo è tassativamente necessario che nei Paesi del terzo mondo siano sviluppati progetti di cooperative di produzione e di consumo che abbiano lo scopo di incentivare l'economia locale. I Paesi più ricchi in collaborazione con i governi locali, dovrebbero farsi carico di questa trasformazione per il bene delle rispettive comunità.

Forse dopo le misure da stato in guerra che il governo Francese ha adottato (coprifuoco nelle ore notturne) e gli arresti di massa di giovani figli di immigrati nati in Francia e cittadini francesi a tutti gli effetti, i disordini diminuiranno ma la rabbia e il senso di esclusione rimarrà vivo e sempre pronto a riesplodere, sempre più violentemente. Allora per l'Italia e per l'Europa le strade sono due o cediamo al modello americano che è culturalmente propenso a trasformare le feci più puzzolenti in dollari o trasformiamo la competizione economica in solidarietà attraverso processi partecipativi di cooperazione coordinata. O cediamo allo strapotere delle multinazionali delle armi e dell'industria della servizi civili di sicurezza pronte a sfruttare il malcontento popolare che chiede di farsi "giustizia" da solo con la propria pistola e guadagnare tramite la liberalizzazione del mercato di armi una montagna di soldi aumentando il degrado sociale delle nostre città; oppure adottiamo una seria politica dell'integrazione, abbinato ad un serio programma di cooperazione internazionale incominciando dall'estinzione del debito e dallo sviluppo di un'economia autosufficiente con i paesi del terzo mondo.

Eppure valutando non solo i costi sociali ma anche economici tra la formula
REPRESSIONE SOCIALE= Costo dei servizi di polizia e di sicurezza, costo del sistema penitenziario, costo dei beni pubblici e privati rubati, distrutti o inutilizzabili a causa di azioni di microcriminalità (che oltretutto sono costi a fondo perduto), la spesa per potenziare l'istruzione, i servizi sociali e gli aiuti ai paesi terzi è una spesa irrisoria, soprattutto se questi investimenti vanno indirizzati alla creazione di posti di  lavoro e autosufficienza economica che è sicuramente un rientro di risorse finanziarie in forma di mercato attivo.
Insomma solidarietà batte repressione 10 a zero. La scelta è semplice e univoca, c'è una sola incognita: riusciranno le nostre istituzioni e le attuali leadership a capire quale tipo di partita oggi stiamo giocando o continueranno ad essere ipocritamente sorde e cieche di fronte alla realtà che brucia di fronte agli occhi di tutti?

09-11-2005 Libero Lospero


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