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IL BLUFF DELLE PRIMARIE
Riflessioni sulla partecipazione politica.

IL BLUFF DELLE PRIMARIE

Un nuovo vocabolo è entrato prepotentemente nel lessico politico: primarie!
Con la forza suggestiva che è propria di ogni parola d'ordine quando viene ripetuta ossessivamente, essa è riuscita a conquistarsi uno spazio di rilievo nel dibattito interno al centrosinistra.
L'introduzione di questa novità lessicale si deve a Romano Prodi, il quale ha precisato anche i termini sostanziali della proposta: "Le primarie sono uno  strumento per far partecipare i cittadini alle scelte politiche".
L'argomento, oltre ad essere fonte di dibattito è diventato da subito anche motivo di divisione.
Da una parte gli entusiasti i quali sottoscrivono in pieno l'idea dell'ex Presidente della Commissione Europea. Tra costoro possiamo annoverare anche inossidabili esponenti di partito la cui personale biografia politica non lascia trasparire sforzo alcuno per favorire la partecipazione popolare ed anche chi, paracadutato dall'altro di una decisione presa dai vertici partitocratrici, si è trovato ad essere prima candidato e poi Sindaco di una grande città attraverso una procedura, che non è difficile sostenere, essere distante spazi siderali da quella fondata sul coinvolgimento della "base".
Dall'altra i dubbiosi e i decisamente contrari, in ossequio ad una tradizione politica che affonda le sue radici in una concezione elitaria della democrazia secondo la quale le decisioni spettano solo ed esclusivamente "alla classe dirigente".
Per la sua proposta Romano Prodi si è ispirato al modello statunitense, usato sia dal partito democratico sia da quello repubblicano e consistente nella designazione, da parte degli elettori dei due partiti, dei rispettivi candidati alla Casa Bianca.
Tuttavia se l'intento sbandierato è quello di far crescere il livello della partecipazione popolare, non sembra che il sistema americano sia il più idoneo.
Se così fosse dovremmo ammettere che il sistema politico statunitense è fondato sulla democrazia partecipativa il che, pur apprezzandone molti aspetti, pare francamente eccessivo.
In realtà le primarie americane non introducono i cittadini nel processo decisionale (vero ed unico fondamento della democrazia partecipativa) ma consentono ai cittadini di scegliere chi deciderà per loro (rimanendo quindi in tutto e per tutto, all'interno della logica rappresentativa). Tutt'al più agli elettori statunitensi è garantito il diritto di essere inseriti in un percorso di scelta che alla fine premia il candidato più munifico economicamente.
Posta l'evidenza di questo rapporto problematico tra primarie "all'americana" e partecipazione, qual è il vero intento di Prodi e dei suoi seguaci?
Non è privo di significato il fatto che questa proposta sia emersa dopo le elezioni europee del 12-13 giugno. Lo spoglio delle schede – oltre al calo di Forza Italia – ha palesato le difficoltà della "lista unitaria" prodiana, rimasta al palo di un risultato che, al di là delle acrobazie dialettiche (quelle che trasformano le sconfitte in pareggi, i pareggi in vittorie e le vittorie in trionfi), è stato inequivocabilmente deludente.
Il risultato di "Uniti nell'Ulivo" ha incrinato l'immagine di un Prodi in grado di trainare elettoralmente (per di più, un Prodi impegnatosi direttamente in campagna elettorale).
Naturalmente niente di compromesso per il "professore", tuttavia il suo attivismo post-elettorale può essere spiegato in questi termini: da una parte la necessità di trovare un argomento che, garantendo visibilità, potesse far superare questo piccolo imprevisto; dall'altra una procedura – le primarie per l'indicazione del leader – che blindasse la propria candidatura alla guida del centrosinistra attraverso un'investitura che assumerebbe le caratteristiche del plebiscito (perché per quanto in ribasso egli non ha rivali in termini di leadership).
Nel dibattito si è inserito (tatticamente in maniera accorta) il partito della rifondazione comunista, rilanciando la proposta di primarie relative al programma. Bertinotti ha fatto balenare l'idea di una sua eventuale candidatura (alla quale non è difficile pronosticare un buon risultato da mettere sul piatto della bilancia nei rapporti di forza interni allo schieramento progressista in vista della costituzione di una possibile intesa elettorale). Insomma, par di capire, il tema delle primarie diventa terreno su cui si giocano i futuri equilibri dell'alleanza.
Il capogruppo diessino alla Camera Gavino Angius ha, forse suo malgrado e con una semplice frase, fatto luce sulla vicenda e sulle segrete motivazioni dei due schieramenti: "A cosa servono (le primarie) se è Prodi il candidato di tutta la coalizione?" dove viene a palesarsi ad un tempo l'inossidabile certezza nelle capacità delle aristocrazie partitiche nell'interpretare, senza ascoltarla, la base, e lo smascheramento della valenza strumentale della proposta di Prodi.
Naturalmente la proposta di Prodi ha almeno il merito di porre la questione (visto che dall'altra porzione dello schieramento politico italiano il tema è tradizionalmente tabù) e può dare il là ad un proficuo dibattito. In questo senso anche noi partecipazionisti vogliamo dire la nostra rilanciando alcune proposte:
1) primarie non solo per designare il leader della coalizione, ma per scegliere tutti i candidati nelle elezioni nazionali, regionali, locali ecc. In questo modo la scelta delle candidature non sarebbe appannaggio soltanto dei "soliti noti", ma coinvolgerebbe tutti gli iscritti ai partiti.
2) Le liste elettorali così composte dalle scelte degli iscritti vengono, attraverso le elezioni, sottoposte al vaglio di tutti gli elettori ( i non iscritti ai partiti sono circa il 98% dei cittadini ed anch'essi debbono avere voce in capitolo sulla designazione della classe dirigente, perché le decisioni prese in Parlamento ricadono su tutti, iscritti e non iscritti). Gli eletti nelle Istituzioni, avendo così ottenuto un doppio mandato, hanno la legittimazione per diventare automaticamente i dirigenti del partito (gruppo parlamentare e consiglio nazionale del partito, per esempio, coinciderebbero e così via ad ogni livello istituzionale). I partiti sono un'insostituibile strumento di partecipazione popolare: niente di più legittimo allora che la loro dirigenza sia espressa dai cittadini (iscritti e non iscritti).
3) Infine, per evitare ad un tempo l'occupazione delle Istituzioni e la blindatura dei partiti da parte dello stesso personale politico per un lasso di tempo troppo lungo, l'introduzione della norma che vieta la riproposizione della candidatura oltre il secondo mandato consecutivo a tutti i livelli istituzionali. In sostanza con questa proposta verrebbe garantito il ricambio della classe dirigente perché, posta la relazione tra eletti nelle Istituzioni e gruppo dirigente, nessuno potrebbe rimanere nella direzione nazionale per più di due legislature (se fosse già attuata questa norma diversi segretari e leader dei partiti italiani avrebbero dovuto già lasciare la mano invece di fossilizzarsi nel ruolo di monarchi insostituibili).

Questi a nostro avviso sono i termini di una discussione tesa ad aumentare il tasso di partecipazione popolare alla politica. Finché proposte di questo tipo non troveranno spazio nell'agenda della politica italiana, noi saremo autorizzati, di fronte a proposte come quella di Prodi, a giudicarle per quello che sono: un bluff.

Paolo Bertolotti (Movimento di Partecipazione)

16-09-2004 Paolo Bertolotti


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