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TEORIA DELLA GUERRA PREVENTIVA
Cosa c'è dietro allo slogan "Oil for Food"?

Capire perché gli Stati Uniti d'America nella posizione di unica ed incontrastata super potenza sia arrivata al punto di usare la strategia della guerra per mantenere la sua egemonia mondiale non è cosa facile. Soprattutto se si pensa che fino a due anni fa essa usava la politica del confronto diplomatico per espandere o mantenere i suoi interessi economici nel mondo.

Per capire questo cambiamento di direzione e perché l'amministrazione Bush si sia convertita alla dottrina della guerra preventiva, va prima spiegato il meccanismo che, precedentemente a questa inversione di tendenza, stimolava la crescita dell'economia USA.
La più grande economia mondiale ha sempre sfruttato la Globalizzazione economica a suo favore aprendo a quasi tutti i Paesi del mondo i propri mercati e permettendo a questi ultimi di avere il massimo del profitto tramite la transizione in dollari, la moneta di maggior valore di scambio.  Quindi, mentre tutto il mondo riversava le merci prodotte sul grande mercato USA, gli statunitensi distribuivano dollari. Ma dove andavano a finire tutti quei capitali che il mondo produceva da questi commerci? Gli statunitensi nello stendere la strategia della globalizzazione avevano previsto tutto liberalizzando in maniera totale il mercato finanziario che attraeva e stimolava gli investimenti dall'estero a fronte di allettanti e lucrosi guadagni sulla borsa più ambita al mondo Wall Strett. Insomma come dire che i soldi uscivano dalla porta per poi rientrare dalla finestra.
Tutti correvano alla caccia di azioni sui listini Nasdaq e Down Jones che lievitavano il loro valore a vista d'occhio e, soprassedendo a qualsiasi logica economica razionale, in pochi anni si è creata la più grande bolla speculativa dell'era contemporanea. In questa maniera gli Stati Uniti hanno avuto per quasi un decennio tassi di crescita economica altissimi, se li paragoniamo a quelli di economie similmente avanzate come il Giappone e l'Europa. Conclusione: il mondo produceva, gli Usa stampavano banconote da 100$ che il mondo le restituiva comprando azioni, "carta", a volte "cartastraccia" dal valore dubbio nel momento in cui lo scoppio della bolla speculativa ha prodotto una crisi finanziaria globale che a tra anni dal suo inizio non trova possibilità di uscita.
Il risultato di questa strategia, sostenuta da un apparato di organismi internazionali sovrannazionali come WTO,FMI, BM, è stato che il "Centro dell'Impero" ha vissuto a sbafo sulle spalle del mondo con l'unica spesa sostenuta delle rotative che stampavano banconote e titoli azionari.
La crisi finanziaria ha portato a galla gli scandali, le speculazioni, la distruzione di immensi capitali,la sfiducia degli investitori, il calo dei consumi, rompendo "la gioiosa macchina economica" costruita dal "gotha neoliberista": ed è qui che subentra la nuova dottrina della guerra preventiva sposata dalla Casa Bianca.

Prima di spiegare la nuova strategia USA va fatta un'altra premessa fondamentale che ci aiuterà a capire le probabilità di successo di questa nuova via. La crisi globale non ha solo indebolito l'economia USA ma anche, e forse ancor di più, le province e la periferia del suo impero economico:calo delle esportazioni in Europa e Giappone, crollo delle economie del sud America e del sud est Asiatico, minore esportazione di greggio dai Paesi produttori soprattutto Arabi. Anche il mondo ha dovuto quindi cambiare strategia: l'Europa è partita con l'EURO una moneta forte in grado di competere con il Dollaro e lo Yen. Il sud America rispondeva alla crisi con dei cambiamenti politici ed economici proposti da leaders fortemente sostenuti dalla popolazione come Lula in Brasile e Chavez in Venezuela. Molti Paesi produttori di petrolio incominciarono a recriminare un maggior peso commerciale come il disastrato Afganistan, il Pakistan interessati dal famoso progetto di oleodotto che doveva attraversare queste terre per sfociare nel Golfo e dare, agli immensi giacimenti di greggio delle ex Repubbliche Sovietiche del Caucaso, la possibilità di sfruttamento di queste fonti energetiche. Poi c'era l'Iran altro grande produttore e soprattutto l'Iraq di Saddham Hussein che nonostante la Prima Guerra del Golfo e l'embargo, alzava la testa pretendendo in cambio del suo greggio EURO invece che Dollari e facendo accordi per lo sfruttamento dei suoi pozzi con l'Unione Europea e la Russia invece che con le multinazionali USA e di Gran Bretagna. Un grosso cambio di rotta se si pensa che questo Paese è potenzialmente il secondo produttore al Mondo di petrolio.
In questo contesto gli USA, indeboliti dalla crisi interna,si sono trovati con una ledership mondiale vacillante e debole non in grado, con quel binomio composto da diplomazia e dollari, di accontentare più nessuno: era rimasta la diplomazia ma ormai scarseggiavano i soldi. Poi arrivò l'11 settembre e qualsiasi esitazione sarebbe stata mortale.

Costretta  dagli eventi l'amministrazione Bush ha imboccato la strada più corta per risolvere i suoi problemi: fare la guerra per controllare direttamente e senza intermediari il petrolio, la fonte energetica da cui tutto il mondo dipende. Mettendo in moto la grande e potente macchina mediatica di cui dispone il capitalismo USA ha incominciato a lanciare slogan come "Guerra al terrorismo" e "Democrazia in Iraq" cercando di convincere l'opinione pubblica mondiale della necessità della guerra per difendere i valori della civiltà occidentale: e guerra fu.
Prima l'attacco all'Afganistan talebano una risposta dovuta dopo l'11 settembre e necessaria per l'egemonia su una delle zone al modo strategicamente importanti per il controllo del commercio del petrolio. Ma questa prima campagna armata non bastava per assicurare le risorse necessarie per una possibile e sicura ripresa economica della propria economia. C'è da chiarire che negli ultimi decenni l'elemento che maggiormente ha innescato la miccia dell'inflazione e provocato situazioni recessive è stata l'instabilità del prezzo del petrolio.

Per capire l'importanza vitale, soprattutto in questo momento di estrema crisi, per "l'economia a stelle e strisce" di aver la sicurezza del controllo del greggio, bisogna dare un senso allo slogan tanto sbandierato da Bush in riferimento alla ricostruzione dell'Iraq: "OIL FOR FOOD". Tutti gli esperti concordano nel fatto che l'Iraq dovrà e potrà pagare la sua ricostruzione con l'unica moneta che possiede "il barile". Gli appalti per la ricostruzione, è risaputo, sono già stati assegnati a multinazionali USA ed Inglesi, quindi il petrolio Irakeno si avvierà a prezzo ovviamente imposto oltre Atlantico per soddisfare le esigenze di queste economie. Inoltre in tale situazione di grave emergenza è facile, per gli USA, rivendicare come diritto acquisito: "io ti ho liberato, io ti ricostruisco, io faccio il prezzo". Se aggiungiamo che il debito Irakeno ammonta a sei volte tanto il suo PIL, stime raccolte prima della guerra, è facile capire che per questo Paese non c'è via di scampo: il popolo Irakeno pagherà carissimo il prezzo della sua ricostruzione!
Gli Stati Uniti avranno il greggio a costi bassissimi tanto da potersi permettere di abbassare a casa loro: il costo della benzina alla pompa del 20/30%, di contenere i costi di produzione, dei servizi, controllando l'inflazione, facendo ripartire la locomotiva economica. Ora possiamo anche capire perché la grande macchina bellica USA non abbia risparmiato munizioni e bombe per distruggere tutto quello che gli si trovava davanti e, cinicamente, non abbia previsto nessuna misura preventiva per evitare i saccheggi degli ospedali, delle biblioteche, dei musei (patrimonio dell'Umanità) delle sedi dell'ONU e delle organizzazioni umanitarie: lo slogan è: "più si distrugge più si ricostruisce, più si ricostruisce più petrolio gli Irakeni dovranno pagare". Ora è più facile capire perché gli USA hanno  fortemente preteso la guerra soprassedendo l'ONU, entrando in rotta di collisione con gli alleati Europei, la Russia, la Cina, i Paesi Arabi Moderati ed il resto del mondo senza permettere a nessuno di dividere con loro "La Torta". Altro che nuove prospettive di democrazia! Non ci sarà da sorprendersi se gli Stati Uniti useranno ancora la guerra per controllare il petrolio o altre materie prime.

A questo punto, potremmo dire che il cerchio è chiuso ma questa strategia implica non poche e pericolose incognite. Come reagiranno i Paesi esclusi dalla ricostruzione? Non credo che tutti si accontenteranno delle briciole come l'Italia di Berlusconi. La Francia, la Germania e la Russia giocheranno le loro carte. Questi contrasti inevitabilmente daranno spazio a nuove guerre commerciali aumentando la rivalità tra UE ed USA.
Come reagirà il mondo mussulmano ed arabo? Riusciranno gli USA in veste di esercito invasore dell'Islam a convivere con le tradizioni religiose ed il desiderio di autonomia di quei Paesi? Non sarà facile vivere in casa di Paesi che in questi ultimi decenni hanno prodotto terroristi votati al martirio in nome della nazione islamica.
La ricostruzione dell'Iraq sarà una "passeggiata" come lo è stata la guerra a Saddam? Non sarà una cosa facile mettere d'accordo etnie e gruppi religiosi che si fanno la guerra da centinaia di anni e che sono divisi da profonde piaghe di odio incrociato. E la Cina, potenza emergente, che al momento sembra non soffrire della crisi economica, si accontenterà di stare a guardare? La Cina al momento sembra la meno coinvolta e, nel generale trambusto, attende; se gli Stati Uniti falliranno nell'intento di ristabilire la loro supremazia globale il grande Paese asiatico è pronto a mettere in campo tutto il suo peso militare e ora anche commerciale per rivendicare le proprie pretese.
Poi c'è l'ONU, il legittimo pretendente del ruolo che oggi ha gli Stati Uniti, in quanto rappresenta maggiormente la pluralità del Pianeta. Se quest'organizzazione si avvierà verso la strada delle riforme del suo organismo, nei modi di rappresentanza, aumentando la rappresentatività dei Popoli e della popolazione del pianeta, riuscendo a contenere i veti e le pressioni delle grandi potenze, il suo ruolo diventerà legittimo e anche gli USA dovranno per forza di cose riconoscerlo. Allo stato attuale non è una cosa tanto irrealistica.
Ma agli Stati Uniti di oggi, per uscire vincenti da questa sfida manca una cosa fondamentale e di estrema necessità che il mondo richiede ad alta voce: I VALORI. L'opinione pubblica internazionale esige la pace, i diritti sociali,  sicurezza e garanzia economica, la democrazia, tutti valori che gli Stati Uniti con la guerra e l'uso delle armi non sembra più garantire. E' poco credibile l'arma della guerra preventiva per ottenere queste libertà in un mondo dove povertà e miseria impera per la metà della sua popolazione. Far credere che la guerra risolverà tutti i problemi non sarà facile perchè questo nella storia dell'uomo non è mai successo, anzi, al contrario, la guerra ha sempre aumentato le emergenze umanitarie. Il mio punto di vista è che questo è l'inizio di un declino irreversibile del "Mito Americano".

17-04-2003 Dante Nicola Faraoni

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